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Socievolezza: non è sempre un bene

Il segno dei Gemelli (che è il mio, ascendente incluso) è conosciuto per essere quello caratterizzato da estrema socievolezza e comunicabilità.
Troppa!
Per esperienza (dalla quale, evidentemente, non riesco a trarre insegnamenti, o magari qualcosa lo apprendo, ma metterli in pratica è tutta un’altra storia!) essere troppo socievoli, affabili e sorridenti porta solo guai. Dimostrarsi aperti e “caldi” con le altre persone, soprattutto con gli sconosciuti, farsi vedere disponibili (a tutto c’è un limite, ma io sono proprio cretina), è una cosa negativa. Se non sai darti dei limiti è molto negativa.
Le persone comprendono che tu non hai altro da fare nella tua vita se non attendere di svendere il tuo tempo per aiutare chiunque abbia il coraggio di farti una richiesta di “aiuto”.
E con aiuto si intende qualsiasi tipo di aiuto, spaziando dalla sfera privata a quella lavorativa.
Tu sei lì, ti sei mostrata a disposizione, e anche con entusiasmo (idiota, sei un’idiota!), appena qualcuno ti ha detto “Avrei proprio bisogno di una persona come te, in questo momento….”.
“Ma certo, ci sono io, puoi contare su di me! Gratis e a tutte le ore!”, dici sorridendo, felice di aver instaurato un nuovo rapporto o di aver “accorciato” le distanze con qualcuno. Sei felice di sentirti utile, di poter mettere a disposizione quello che sei per una buona causa.

Ma sarà davvero una buona causa?

Per l’altra parte dell’accordo lo è, cielo se lo è! E lo sai bene! Perchè tu non sei capace di dire NO, è quasi totalmente fuori dai tuoi canoni, ti senti in obbligo di dire SI e il tuo SI non è detto a caso. E’ un SI sul quale si può contare.
Solo DOPO ti rendi conto che per te non è affatto una buona causa. Quando ci sei dentro, e ti rendi conto del tuo “patto col diavolo” e fai finalmente i conti con la contropartita dell’accordo, realizzi che, per l’ennesima volta, ciò che ti spetta è solo tanto, tanto e ancora tanto stress. Neanche un accenno di vana gloria. Almeno quella….

La maledizione del dimostrarsi affabili.
Abbinata alla maledizione dell’essere maledettamente impulsivi.

Non ti viene proprio di pensare in modo egoistico, quando ti fanno la proposta. Meglio, forse qualche accenno di egoismo, di “Pensa a cosa ti torna indietro, vale la pena? Andrai in perdita o ci statai dentro?”, ti potrebbe anche sfiorare la mente. Ma al momento dell’aprir bocca e dare il tuo responso ti senti un senso enorme di responsabilità addosso.

MA PERCHE’? DA DOVE VIENE?

E quando vedi che non sei più felice e vorresti tirartene fuori, ancora non sei in grado di dire apertamente “Basta!“. Perchè ormai hai dato modo agli altri di prendersi confidenza (fin troppa!!!) nei tuoi riguardi, ti trattano non più come in un normale rapporto di lavoro, ad esempio, tra datore e lavoratore, ma in amicizia, come se vi conosceste da sempre. E, in antitesi con la tua super socievolezza, questo ti irrita da morire, perchè ogni luogo deve avere una sua etichetta e a te non piace che certe cose si confondano tra loro e, soprattutto, se qualcuno può scherzare con te, è perchè tu hai deciso di rompere la barriera.
E invece, ogni volta, la tua cordialità viene (forse… forse?) scambiata per il via libera a rompere le barriere della formalità.

E la colpa alla fine è soltanto tua, sempre e solo tua.

Quando verrà messa in pratica questa lezione?

 

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15 thoughts on “Socievolezza: non è sempre un bene

    • Ma ciao 🙂
      Guarda, non ho difficoltà ad ammettere che ormai sono arrivata a pensare che non mi interessa più niente che non porti guadagno. Poi magari non lo metto in pratica, ma ci vivo malissimo. Sono diventata venale e sono stanca di essere sfruttata. Penso sempre “questa è stata l’ultima volta che mi faccio fregare” e poi mi ritrovo a dirmi “vabbe’, magari intanto faccio esperienza…”. Solo che non serve a niente. Ho da poco fatto un colloquio per la stessa figura per cui ho seguito corso e stage e mi offrivano 300 euro al mese (sotto livello legale) per stesso stage perché non ha importanza se hai già fatto la stessa cosa. Tutto questo schifo mi sta alterando i pensieri.

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  1. essere coinvolti in un momento così difficile nella ricerca di lavoro è stremante, a dir poco.
    Chi offre lavoro lo fa a delle condizioni drammatiche perchè la risposta è sempre la solita “non ti sta bene? vai, fuori c’è la fila” e con questa scusante qualche disperato che si accontenta di 5 € al mese per lavorare 23,5 ore al giorno lo trovano…
    Manca proprio la consapevolezza di come si sta a non sapere che cosa mangiare domani, a non poter fare un progetto, a non avere l’opportunità di crescere professionalmente o farsi riconoscere sforzi e preparazione.
    Ma voglio sperare che qualcosa cambi, prima o poi, possibilmente in fretta o il mondo del lavoro imploderà, a causa della stupidità di chi lo gestisce.

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    • Hai perfettamente ragione. Ma sai, siamo anche noi alla ricerca che lo facciamo implodere, a causa del nostro comportamento da “schiavi pronti a tutto”. I nostri nonni e i nostri genitori hanno lottato per avere i giusti diritti che gli spettavano. Adesso, con la mentalità del “bisogna adattarsi perché è così e va bene” stiamo distruggendo ogni cosa. Si torna ai tempi dei lavoratori durante la rivoluzione industriale. Solo che la nostra è una involuzione. Evoluzione come termine non attirava troppo…
      Mi affianco a te per quel pensiero di speranza verso il cambiamento. Ma dubito fortemente che la mia generazione e quelle vicine abbiano la stessa forza dei nostri avi. I principi sono andati dispersi….
      Oddio, che negatività. Scusa….

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      • E’ una negatività indotta ma purtroppo assolutamente concreta….
        E condivido appieno le lotte incredibili che sono state fatte per rendere giustizia al lavoratore, per supportare il lavoro delle donne, ora sembra che tutto sia lecito e se non ti adatti a 90° non hai voglia di fare niente….
        Hai proprio colpito nel segno : INVOLUZIONE.

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      • Le “isole felici” però esistono. Sono poche e sono rare ed è pure arduo (deh…eufemismo) entrarci. Ma ciò fa ben sperare.
        Un altro blogger, qualche tempo fa, mi disse che pochi qui e pochi là fa cmq un numero di persone che si rende conto e vuole combattere. A differenza della massa che cede e si adatta a ogni trattamento indegno e indecoroso, c’è chi dà valore alla sua esistenza.
        Cmq hai perfettamente ragione, è proprio vero che se non ti metti a 90° dai l’idea di essere una persona schizzinosa che non vuole fare niente. Ormai è diventato normale dequalificarsi. È diventato normale essere trattati coi piedi in testa. E se non lo fai vuol dire che non meriti.
        Ma dove l’hanno imparato?

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      • Neanche io…. ma al prossimo che mi dice che “si fa così” chiederò che fine hanno fatto le lotte di pochi decenni fa. Già so la risposta che mi verrà data: “Non è più come un tempo, le cose sono cambiate”. Io ribatterò “chi le ha fatte cambiare?”, mi risponderanno “la Crisi”. E io “E se invece fosse tutto solo una grandissima balla mondiale per controllarci e sottometterci, inducendoci a pensare che non abbiamo diritto ai diritti?”. A quel punto penseranno che sono più pericolosa dei terroristi, perché indurre le persone a ragionare è una cosa che fa paura….

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    • Non ho fatto confusione. Penso semplicemente che senza socievolezza le altre tre cose non possano sussistere, in quanto, per mio pensiero, direttamente dipendenti da essa.
      Chi invece è più schivo non dà confidenza, non fa il crocerossino e non viene fregato.

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      • per essere crocerossini e simili è ovviamente necessario essere socievoli.
        Ma quello che volevo dire è che esistono persone che riescono ad essere socievoli ed anche a dare confidenza, senza però lasciarsi fregare e riuscendo a farsi rispettare.
        Sicuramente non è facile, ma conosco un paio di persone così e sono per me un esempio da [cercare] di seguire.

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      • Chi ci riesce è degno della mia stima. Io sono una completa frana. Mi piacciono i rapporti interpersonali concreti, ma ci metto troppo entusiasmo da venire fraintesa.

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